Orchestra Mozart Bernard Haitink, direttore Isabelle Faust, viol

 

“Oggi ci prepariamo all’ultimo Schubert col primo Beethoven; dopo una breve pausa, il flauto ci accompagnerà dall’altra parte del mondo, in Sudamerica, per poi riportarci a casa. E qual è casa nostra? MOZART”

 

Siamo arrivati al quinto ed ultimo incontro di preparazione a ORCHESTRA MOZART FESTIVAL del 6 / 8 Aprile prossimi. Marco Caselli Nirmal ce lo anticipa con una delle sue splendide immagini.

 

VENERDÌ 9 MARZO, ORE 20:45

La sede, nel cuore di Bologna: Auditorium Enzo Biagi della Biblioteca Sala Borsa.

E’ significativo che il cammino, iniziato il 3 dicembre scorso presso il Conservatorio Giovanni Battista Martini, si concluda in un luogo altrettanto simbolico della città: Sala Borsa, nel vasto complesso di Palazzo d’Accursio.

Si tratta di un ritorno: qui infatti, per l’esattezza nella Biblioteca Coperta – Piazza Umberto Eco, a pianterreno, il 13 dicembre 2016, si tenne il primo incontro dell’Orchestra Mozart (ricostituita) con la città [1].

Il Quintetto in mi bemolle maggiore per pianoforte e archi, op. 44, di Robert Schumann contrassegnò l’ultima tappa del percorso preparatorio al ritorno dell’Orchestra (itinerario chiamato “Orchestra Mozart Risuona”), iniziato il 13 marzo precedente presso l’Auditorium del MAST e culminato col Concerto del 6 gennaio 2017 al Teatro Manzoni.

Una bella serata, il 13 dicembre, sia per la Musica interpretata da un quintetto di notevole talento, sia per il suo valore simbolico. Era l’abbraccio dell’Orchestra a Bologna, un modo per ribadire la gioia di ritrovarsi tutti insieme QUI da parte di un gruppo variegato di artisti provenienti da diversi Paesi europei ed impegnati in prestigiose compagini internazionali.

Tutti loro, come del resto capitava in passato, avevano fatto le classiche capriole per riunirsi ancora, fosse stato solo per una manciatina di giorni. Ma ne sarebbe comunque valsa la pena.

L’emozione di essere in una città da loro amata.

E dalla quale si sentivano amati. Un po’ meno dalle istituzioni locali; se non altro dal punto di vista concreto, finanziario, che è presupposto indispensabile, giova tenerlo a mente.

Peraltro, al di là delle frasi di rito, l’incontro non riscosse, a mio parere, come tale discutibile, la risonanza che avrebbe meritato. Eravamo in parecchi, certo; ma non tanti quanti mi sarei aspettata.

Gli assenti persero un’ottima occasione, per dirla tutta.

Il “Concertone” del successivo 6 Gennaio, nonostante i timori per l’insolita data prescelta (forse obbligata, non lo so), riscosse invece un notevole successo -di pubblico e critica- come ho avuto modo di scrivere.

Successo che ha fatto da propulsore, nei mesi successivi, all’impegno dell’Accademia Filarmonica di cui ho dato conto [2].

Il programma di stasera:

Ludwig van Beethoven

Serenata in Re maggiore, op. 25

 

Heitor Villa-Lobos

Assobio a Jato “The Jet Whistle

 

Wolfgang Amadeus Mozart

Quartetto per flauto ed archi in Re maggiore, K 285

 

I quattro musicisti che ci faranno compagnia sono:

Mattia Petrilli                         Flauto

Giacomo Tesini                       Violino

Behrang Rassekhi                  Viola

Luca Franzetti                         Violoncello

 

Di Mattia e, soprattutto, di Giacomo ho scritto a più riprese in precedenza e non mi ripeto.

Una presentazione degli altri due. Breve, è mia intenzione, anche a costo di essere sommaria; ma non è facile, poiché anche costoro hanno un curriculum da “far paura”!

Behrang nasce a Firenze nel 1983 da genitori iraniani: aria esotica e accento inconfondibile che non si è perduto durante i lunghi periodi di lontananza dalla città natale e l’attuale residenza a Parma.

behrang

Prima del concerto del 6 gennaio dello scorso anno, ho avuto il piacere di vederlo ed ascoltarlo sia alla presentazione del film di Helmut Failoni e Francesco Merini sull’Orchestra Mozart, il 5 luglio 2016, sia alcuni mesi dopo, il 7 dicembre, presso l’Accademia Filarmonica in coppia col pianista Davide Carmarino, nell’ambito dell’iniziativa BO-OM.

Vocazione assai precoce, quella di Rassekhi: inizia infatti il percorso musicale a soli quattro anni nella mitica (!) Scuola di Musica di Fiesole e si perfeziona con Piero Farulli. Ottenuto il diploma col voto massimo, si specializza alla Hochschule di Düsseldorf con Jürgen Kussmaul. A questo periodo risalgono i primi concerti e le borse di studio per soggiorni in Francia e Germania.

Viene selezionato per l’Orchestra Giovanile Italiana e la ben nota European Union Youth Orchestra, quale prima viola, nonché per la Gustav Mahler Jugendorchester. Il destino del Nostro è quindi già scritto nelle stelle.

Esperienza biennale (dal 2009 al 2011) presso la Filarmonica Reale di Galizia (Spagna).

Al termine decide di studiare ancora: con Felix Schwartz, prima viola della Staatsoper di Berlino, e con Wilfried Strehle, prima viola dei Berliner Philarmoniker.

In Italia, poi, risulta idoneo alle audizioni per l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, l’Orchestra della Toscana, il Teatro Lirico di Cagliari (primo classificato); poco tempo dopo vince il concorso come prima viola della Filarmonica Toscanini di Parma, ruolo che ricopre tuttora.

Personaggio centrale per la sua formazione e carriera è Claudio Abbado, che lo seleziona per l’Orchestra Mozart dandogli l’opportunità di compiere tournées europee e di suonare con artisti di grande livello; oltre che di partecipare a registrazioni con etichette di alto prestigio.

L’incontro col Maestro risale al 2004. Allora ventunenne, ricorda come se fosse oggi la prima prova: emozionatissimo e desideroso di capire come Abbado potesse fare Musica solo con le mani. Al suo magico tocco, ecco emergere dall’Orchestra un “suono unico, mai udito prima. Tutti erano senza fiato, come se essa fosse diventata un gigantesco strumento”.

Behrang suona una viola di Fabio Piagentini 2015 con arco costruito da C. Hans – Karl Schmidt.

 

 

Luca Franzetti, classe 1969, nativo di Parma, si è accostato al violoncello a 17 anni dopo aver studiato violino, chitarra e pianoforte. Personaggio polivalente.

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Un anno dopo inizia a suonare in orchestra, collaborando con i più prestigiosi ensembles italiani e via via stringe rapporti professionali e di amicizia con persone come George Prétre, Sara Mingardo, Vladimir Jurowsky, Helène-suona coi lupi-Grimaud e tanti altri. Queste esperienze costituiscono, afferma, il fondamento di ciò che è seguito dopo.

L’incontro con Claudio Abbado risale al 1996, con la partecipazione alla Gustav Mahler Jugendorchester: in sostituzione di un musicista che si era rotto una gamba. “Gli devo ancora pagare una birra per ringraziarlo del favore che mi ha fatto” confesserà Luca in un’accorata intervista rilasciata all’indomani della morte di Abbado, cui era legatissimo. Il rapporto tra i due diviene più stretto con la partecipazione, dal 2004, all’Orchestra Mozart; nonché, successivamente, alla Lucerne Festival Orchestra.

Oggi la sua attività è concentrata in primo luogo sul repertorio solistico: esegue infatti regolarmente recitals e concerti da solista in Italia, Europa e Paesi extraeuropei (ad es. Giappone), collaborando con musicisti di ambiti e luoghi d’origine assai diversi tra loro.

Anche il violoncello barocco fa parte del suo repertorio: si è esibito da solo e come solista accompagnato dal gruppo Silete Venti.

E’ docente (dal 2014) presso il Conservatorio “Peri” di Reggio Emilia.

Un aspetto imprescindibile dell’attività di Luca Franzetti -come pure di Behrang Rassekhi, del resto-: nel 2009 è invitato, grazie immagino a Claudio Abbado, a partecipare, quale docente e solista, al famoso El Sistema di Josè Antonio Abreu in Venezuela. Grazie a questa esperienza, il suo modo di fare Musica è cambiato; com’era capitato a Claudio, alcuni anni prima.

Da allora, un impegno prioritario per lui è portare questa sublime Arte anche nei luoghi dove essa è esclusa: situazioni di esclusione e povertà; morale e materiale.

E di disagio.

Ed è proprio in tale contesto che lo incontrai per la prima volta.

Fu a fine febbraio 2016 ad un evento organizzato dall’Associazione Mozart 14, fondata e presieduta da Alessandra Abbado, ben nota, e della quale ho scritto in diverse circostanze, alle quali rimando.

Nei suggestivi locali di Palazzo Campogrande, in Bologna, l’Associazione aveva messo a punto un programma dedicato al Progetto Tamino che, fin dal 2006, fa Musica e Musicoterapia nei reparti pediatrici del Policlinico S. Orsola di Bologna. Protagonista il Coro delle Mamme di Tamino (accompagnato dalla musicologa Chiara Bartolotta), cioè il coro costituito dalle madri dei bambini ricoverati nel locale Ospedale: prematuri e piccoli alle prese con interventi chirurgici e /o patologie diverse. Attraverso i canti intonati dalle loro mamme, essi riacquistano pian piano serenità, il dolore psicofisico si attenua e le diverse prove da affrontare non appaiono insormontabili come all’inizio. E grazie alla Musica la crescita dell’organismo nei neonati costretti nelle incubatrici, lontani dal calore materno, è facilitata. Le madri sono ancora più confortate e motivate, nel rievocare tra sé e sé quella musica, quelle parole che ripetono ai figlioletti durante i momenti nei quali esse possono stare con loro.

Oltre al canto delle mamme la serata fu accompagnata dalla voce dell’attrice Susanna Marcomeni e da Luca Franzetti al violocello, entrambi collaboratori e soci di Mozart 14: i due introdussero il pubblico alla musicoterapia unendo le musiche alla lettura.

Fui colpita dal modo di suonare di Luca, da quel suo stare abbracciato allo strumento, come parte inscindibile di sé.

Non ebbi modo di avvicinarlo; ma allorché, circa un anno dopo, lo rividi ad un concerto che tenne, con alcuni solisti della Mozart, in un altro luogo da sogno, l’Ex Chiesa di S. Cristina, gli rivelai la mia ammirazione e osservai “E’ evidente che credi in ciò che fai e nel potere terapeutico della Musica”. Sorrise soddisfatto: ci eravamo capiti al volo.

E aggiunse con orgoglio: “Sono un socio ‘militante’ di Mozart 14”.

E’ vero. Il 19 novembre scorso, nell’ambito delle “Giornate di Tamino”, sempre a cura di Mozart 14, presso il nostro Museo della Musica, uno spettacolo entusiasmante: Back to Bach.

La scena: un attore (Nicola Ciaffoni, anche regista), un musicista (Luca Franzetti) e un violoncello, nel dar vita a un dialogo fatto di musica e parole, iniziano un viaggio tra passato e presente guidati dalle Suites per violoncello composte da Johann Sebastian Bach, musicoterapeuta per antonomasia, afferma convinto e con ragione lo stesso Luca. Le Suites, un capitolo fondamentale della produzione di uno dei più grandi maestri della storia della musica, sono dunque il punto di partenza per raccontare la vita di questo immenso autore, per indagare poeticamente su chi si cela davvero dietro al volto severo fissato nel ritratto, qui davanti a noi.

Non si trattava di un’esecuzione di brani fine a se stessa, non di una lezione accademica sulla vita di Bach, bensì di un viaggio nella sua umanità e genialità: mirabilmente interpretata da Luca, con gioie, dolori, fatiche, speranze, attacchi d’ira venati di sarcasmo nei confronti dell’interlocutore il quale tentava di farlo apparire come figura libresca, priva di sangue e passione.

Un itinerario attraverso l’opera e la grande eredità che ci ha lasciato; la quale, ce ne rendiamo conto o meno, riecheggia e si esprime ancora oggi nel nostro modo di percepire la Musica durante le diverse fasi della vita. Siamo un po’ tutti, l’ha detto qualcuno, figli, o almeno discendenti, di Bach. Guai incasellarlo, come un pezzo da museo; i suoi brani sono vivi, vitali, come il miglior Jazz.

Magnifico! Un grazie senza fine ai due protagonisti e, prima ancora, ad Alessandra per le meraviglie che sa donarci.

 

Eccoci al concerto di stasera, sponsorizzato dal gruppo farmaceutico ALFASIGMA: onore al merito!

Graditissima sorpresa, giunti in Piazza Re Enzo, con un certo anticipo rispetto all’orario d’inizio: per accedere in Sala Borsa c’è la fila. Parecchi giovani, evviva! Questa volta andrà benissimo, lo sento.

Entriamo poco dopo. Ecco Mattia, di corsa, e Luca: ci abbracciamo e gli presento Mauro.

Scendiamo nel sotterraneo per accedere alla Sala Enzo Biagi, un vasto ambiente in stile Belle Époque, molto suggestivo.

All’ingresso, l’amico Luciano, immancabile, col caratteristico mantello loden e cappello in stile tirolese. Assomiglia, mi si passi l’immagine, ad un autorevole maggiordomo che annuncia gli ospiti, incoraggiando quelli un po’ intimiditi e disorientati. Prego, Signore e Signori, benvenuti nella Bellezza! Avanti, Avanti!!!!

Riusciamo a sistemarci in una discreta posizione, pur un po’ lontano -eh..beh…..-.

Lascio Mauro a guardia delle nostre poltroncine (piuttosto comode) e vado in giro.

Ecco Marina (Orlandi Biagi) sorridente e, un istante dopo, Giacomo.

“Come va?” “Bene, anche se un po’ stanco” ammette.

“E il violino è…stanco?” domanda Luciano, sopraggiunto nel frattempo.

“No, per fortuna, no. Sarà lui a suonare, stasera!”

Mentre ritorno al mio posto, incrocio Mario, padre di Giacomo, in compagnia del figlio minore, conosciuto al concerto di Spira Mirabilis in novembre, fresco diplomato di violino. E due!

“Sì” fa Mario di rimando, pimpantissimo “Una famiglia di archi: due violinisti, un violoncellista che già avete incontrato mesi fa col quartetto Nous, e la ragazza, Maria Giulia, violista”.

Caspita, Mario. Se nella parte musicale della famiglia (i Tesini hanno cinque figli: e bravi!) fosse emerso un “legno” o un “ottone” che cosa gli sarebbe successo? Meglio non indagare. Risate.

Ciao, Behrang: in bocca al lupo!

CRÈÈÈÈPI!!!!!

 

Nelle prime file dei “riservati” ci sono diverse seggiole vuote; va da sé. Il pubblico è numeroso, ma l’ambiente è vasto.

Loris Azzaroni, sempre vigile, nota che ora sto passeggiando lungo la sala.

Mi suggerisce: “Aspetti che il tempo di attesa termini; poi si guardi intorno. Se vede ancora posti vuoti, ne approfitti”.

E chi sono io per non seguire i consigli del Presidente, per di più dati con un cordiale sorriso?

Attendo ancora una manciata di minuti poi ne agguanto due in quarta fila (woww!) e faccio un segno d’intesa a Mauro. Un progresso notevole, non c’è che dire.

Ovvio che nessun membro di casa -cioè dell’Amministrazione comunale  che siede a poca distanza, nello stesso “compound” – ha ritenuto valesse la pena alzare le terga per venire qua; magari per un salutino, un incoraggiamento. Il nuovo Assessore alla Cultura è tanto impegnato da non potersi muovere o forse  ritiene che la Musica nuoccia gravemente all’organismo? Quesito che non mi farà dormire stanotte.

 Si inizia. Arrivano Giacomo, Behrang e Mattia; mentre Luca si siede una fila davanti a me perché il primo brano non prevede violoncello.

Chi presenta la serata? Il personaggio più adatto.

“Nei concerti della Mozart ‘originaria’ ” ricorda Giacomo “c’era spesso un momento in cui faceva capolino un brano leggero, ma non per questo meno significativo. La Serenata in Re maggiore, op. 25 per flauto, violino e viola di Ludwig van Beethoven è un brano…leggerissimo: solo un violino, una viola, un violoncello.

Siamo in un ambito privato, da camera, con il musicista più pubblico che ci sia, cioè Beethoven”.

Apre uno squarcio ed opera un collegamento con l’Orchestra Mozart Festival.

“Ad aprile, viceversa, suoneremo due Sinfonie di Schubert: il genere più ‘pubblico’ uscito dalla penna del musicista più ‘privato’ che si possa immaginare. Che cosa mai si può scrivere, si domandava lo stesso Schubert, dopo le sinfonie di Beethoven? Conosciamo la risposta: l’Incompiuta, n. 8, e la Grande, n. 9. Musica tanto sconvolgente” rileva il nostro violinista musicologo “da essere rifiutata, non compresa dai contemporanei e quindi non suonata. Di questo forse l’Autore era consapevole; e ciò paradossalmente lo ha svincolato dalle esigenze del pubblico e da quelle degli strumentisti. Le ultime due sinfonie di Schubert erano destinate ad essere eseguite dopo la sua morte [avvenuta 19 novembre 1828]. Il caso della ‘Grande’, poi, è emblematico.

Nel 1839 Robert Schumann si reca a Vienna. E che cosa fa un musicista tedesco a Vienna? Va a teatro, all’opera, assiste all’Elisir d’amore di Donizetti, ai concerti di Mozart o di Beethoven.

E visita la tomba di quest’ultimo, sulla quale afferma di aver trovato una penna e un calamaio.

Ma fa pure qualcos’altro. Va a trovare Ferdinand Schubert, il fratello di Franz; tra le carte di quest’ultimo, gli scritti, gli autografi, trova il testo di una sinfonia molto ampia, molto lunga, molto ‘grande’… che lo colpisce a prima vista.

La fa pubblicare ed eseguire diretta, per la prima volta, dal suo amico Felix Mendelssohn; e ne scrive una recensione immortale, proprio con quella penna che aveva rinvenuto sulla tomba di Beethoven.

L’Orchestra Mozart eseguirà, nel Festival di aprile, il 6 e l’8, le ultime due sinfonie di Schubert (il 6 la Grande e l’8 l’Incompiuta) .

Oggi ci prepariamo all’ultimo Schubert col primo Beethoven; dopo una breve pausa, il flauto ci accompagnerà dall’altra parte del mondo, in Sudamerica, per poi riportarci a casa.

E qual è casa nostra? MOZART. Buon ascolto”.

 

Una breve guida a queste meraviglie.

Serenata in re maggiore per flauto, violino e viola, op. 25

Musica: Ludwig van Beethoven (1770 – 1827)

  1. Allegro
  2. Tempo ordinario d’un Minuetto
  3. Allegro molto (re minore)
  4. Andante con variazioni (sol maggiore)
  5. Allegro scherzando e vivace
  6. Adagio
  7. Allegro vivace

Organico: flauto, violino, viola

Composizione: 1801

Edizione: Cappi, Vienna 1802

La Serenata in re maggiore op. 25 per flauto, violino e viola è opera della giovinezza di Beethoven e si colloca come data di nascita tra il 1796 e il 1797, insieme alla Serenata in Re maggiore, op. 8 per violino, viola e violoncello e ai Trii per violino, viola e violoncello, op. 3 in mi bemolle maggiore e op. 9 n. 1 in sol maggiore, n. 2 in re maggiore e n. 3 in do minore. Dopo questa esperienza, che coincide con il primo periodo di soggiorno del compositore a Vienna, Beethoven abbandona la forma del trio e si orienterà verso il quartetto per archi, dove raggiunge risultati di notevole livello artistico e di più alta completezza stilistica. Insieme ad una prima Serenata per violino, viola e violoncello pubblicata nel 1796 come opera ottava, questa Serenata viene annoverata tra i lavori beethoveniani che maggiormente risentono degli influssi di Haydn e Mozart mantenendosi in un clima prettamente settecentesco. Nella Serenata op. 25, tutto scorre con facilità e freschezza melodica in un gioco di armonie e di idee strumentali appartenenti alla migliore tradizione della musica pre-romantica.

Partenza spumeggiante dei tre amici (Giacomo, Behrang e Mattia) che si ritrovano insieme al loro pubblico.

giacomo-behrang-mattia

Il flauto mi pare svolga un ruolo guida che gli altri due seguono con entusiasmo.

Certamente, anche in questo caso è presente e affiora con contorni netti la personalità dell’Autore; come nello spigliato e robusto Allegro molto del terzo movimento, nell’arioso e lucente Andante con variazioni, nel teso e slanciato Allegro scherzando e vivace del quinto movimento, nel pensieroso, ma non dolente, con mille colorazioni, Adagio, fino a toccare nell’Allegro conclusivo una varietà di accenti di cordiale e sano buonumore, valorizzata dai virtuosismi del flauto.

Ripenso all’incontro di alcuni giorni fa, al  Museo della Musica, con l’illustre musicologo ed eccellente pianista Giorgio Pestelli. Organizzata nell’ambito della Stagione di “Bologna Festival”, l’iniziativa era incentrata sullo scambio di lettere tra Beethoven e amici e/o editori musicali nel periodo 1800/1805. L’Autore si trovava a Vienna ed era in un periodo lieto della sua vita, pieno di entusiasmo; alla prese con un nuovo modo di far musica, quel ganz neue Manier che consisteva in variazioni, in esplorazioni di territori artistici ancora sconosciuti.

Nasceranno gli approcci, le elaborazioni che ritroveremo approfonditi soprattutto nelle immortali Sinfonie.

Tutto questo era anche una reazione alla malattia che lo avrebbe tormentato fino alla morte, cioè la sordità, all’epoca ad uno stadio ancora iniziale. Per quanto ciò lo preoccupasse, egli era tuttavia fiducioso per l’avvenire [3].

Temperamento ironico, scherzoso, vitalistico per natura, amava gli scherzi e i giochi di parole. Furono la dura patologia, divenuta sempre più grave e l’isolamento al quale essa lo costrinse, a cucirgli addosso la cattiva fama di uomo scorbutico ed insopportabile.

Ecco l’interpretazione di altro ensemble,  a sua volta assai valido:

Nei Asakawa, Flauto; Hanna Zribi, Violino; Cecile Costa-Coquelard, Viola


 

 

Breve intervallo ed espressioni soddisfatte nel pubblico.

Vedo passare a razzo Francesco Senese, stasera “in panchina”: figura di riferimento nel board dell’Orchestra Mozart, è venuto a sostenere i colleghi e a verificare che tutto scorra a puntino.

 

E’ proprio vero che la grande Musica è inesauribile.

Anche nel farti scoprire mondi ed autori che ignoravi.

Heitor Villa-Lobos….E chi sarebbe costui? La mia scarsa cultura musicale si manifesta.

Grazie ai ragazzi della Mozart scopro stasera una figura di notevole spessore ed interesse.

Il brano:  Assobio a Jato (The Jet Whistle)

Heitor Villa Lobos (5 marzo 1887 / 17 novembre 1959) è descritto come il più significativo e noto esponente dell’arte musicale del suo Paese, il Brasile, nel XX secolo.

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Autore prolifico ha scritto numerosi lavori per orchestra, gruppi cameristici, strumentali e vocali per un totale di oltre 2000 opere. La sua Musica risente sia dell’influenza della tradizione popolare brasiliana, sia di quella europea classica: esempio tipico sono i brani significativamente chiamati “bachiani-brasiliani”.

Autodidatta agli esordi, comincia suonare il violoncello e il clarinetto per poi dedicarsi a sassofono e pianoforte; ma ben presto la sua attenzione va alla chitarra.

Da giovane compie diversi viaggi dedicati alla ricerca della più autentica cultura brasiliana e all’approfondimento del patrimonio etnico (nord est del Paese e Amazzonia).

Negli anni 1923 / 1930, avvalendosi di una borsa di studio governativa, studia a Parigi, dov’è assai apprezzato. Anche il pianista Artur Rubinstein ne segnala la capacità.

I suoi preludi per chitarra, composti nel 1940, sono fondamentali per gli artisti di questo strumento, a cominciare da Andres Segovia; i due diventano amici, nonostante avessero due caratteri molto diversi.

In Brasile, dove ha influenzato tanti altri Autori, è considerato un eroe nazionale: il suo modo di comporre per la chitarra ha permesso a questo strumento di assurgere ad una liricità fino ad allora sconosciuta.

Circostanza pittoresca e significativa: nel 1953, alla Scala di Milano, Villa Lobos dirige con successo due concerti: Bachianas Brasileiras n. 8 (!) , O papagaio do moleque e Choros n. 9.

E’ un esempio significativo di quella Musica, con la m maiuscola, senza confini, senza pregiudizi, tanto amata dal nostro…Nume tutelare Claudio.

 

Il brano di stasera, giocato tutto su flauto e violoncello -combinazione tutt’altro che facile e scontata- è magico e sorprendente. Bellissimo, al di là della confidenza che puoi avere con questi terreni all’apparenza lontani da noi.

In chiusura: triplo salto mortale di zufolata.

 

Ritorniamo a casa. Arricchiti.

 

Quartetto per flauto ed archi n. 1 in re maggiore, K 285

Musica: Wolfgang Amadeus Mozart

  1. Allegro (re maggiore)
  2. Adagio (si minore)
  3. Rondò. Allegretto (re maggiore)

Organico: flauto, violino, viola, violoncello

Composizione: Mannheim, 25 dicembre 177

Il Quartetto in re maggiore K. 285, il primo di una serie composta un po’ contro volontà (e non terminata) per l’olandese De Jean -Mozart non amò particolarmente il flauto; vallo a capire-, è del periodo di Mannheim, e precisamente del dicembre 1777: esiste il manoscritto autografo che reca in epigrafe proprio la data del 25 dicembre di quell’anno. Il flauto domina incontrastato in tutti e tre i tempi: viola e violoncello nell’Allegro si limitano a qualche intervento di natura essenzialmente ritmica giacché anche nello sviluppo dal punto di vista armonico non ci sono eventi particolari, solamente il violino per poche battute è trattato al pari del flauto. L’Adagio in si minore con i caratteristici ‘sospiri’ mannheimiani si annovera tra i più bei tempi di tutta la letteratura flautistica: lo strumento a fiato con la sua melodia malinconica, in punta di pizzicati degli archi, è da brivido.

Conclude il Quartetto un Rondò tra i più impegnativi per il violinista, che fa da sfondo al protagonismo del flauto col quale il violino sembra quasi gareggiare.

Ecco, a mo’ di assaggio, il primo movimento dal Quartetto César, giugno 2013

 

Applausi alla fine, entusiasmo.

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Bis dolcissimo, tratto da Orfeo ed Euridice di Gluck [4].

 

Una serata ricca di sorprese e di gioia.

Notte limpida….Il Nettuno baciato dalla luna è soddisfatto.

Nel congedarsi da noi, Luca Franzetti ci parla con entusiasmo delle infinite meraviglie scritte da John Williams per violoncello.

Arrivederci ad Aprile!

[1] V. il mio ORCHESTRA MOZART RISUONA. 6 GENNAIO 2017: SI RIACCENDE LA GIOIA, su questo sito, Gennaio 2017.

[2] V., nella Rubrica “Musica”, i commenti in Dicembre 2017 e Gennaio 2018.

[3] Significativo a questo riguardo il famoso Testamento di Heiligenstadt, una lettera ai fratelli da lui redatta il 6 ottobre 1802; colpito da sordità, al momento alla stadio iniziale, vi esponeva allo stesso tempo disperazione e volontà di continuare.

[4] Christoph Willibald Gluck (Erasbach, 1714/ Vienna, 1787), compositore tedesco, noto soprattutto come operista, è stato uno degli iniziatori del cosiddetto Classicismo viennese (seconda metà del 1700). Attraverso nuove e radicali opere come Orfeo ed Euridice (1762) e Alceste (1767) riformò l’opera seria cercando un sostanziale equilibrio tra musica e canto. Le sue riforme in campo operistico riscossero una notevole fortuna, influenzando diversi Autori quali Salieri, Cherubini, nonché, più tardi,Weber, Berlioz e Wagner.

 

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