(Titolo originale The Hare with Amber Eyes. A Hidden Inheritance, Chatto &Windus, London, 2012)
 
Traduzione di Carlo Prosperi, Bollati Boringhieri editore, Fuori Collana, Torino, Novembre 2012, pp. 386, €. 29,900
“…una collezione testimone di una storia d’amore, di una storia segreta di carezze  amorose”
“Tutta questa solida casa, intarsiata e rivestita e stuccata e dipinta, sovraccarica di marmi e di oro, era in realtà leggera come un attrezzo di scena, consisteva di una serie di spazi nascosti dietro una facciata”
Il ritorno di un capolavoro, poco dopo un anno.
Il libro “chiave” del 2011 è stato per me Un’eredità di avorio e ambra, opera di un sublime artista non della penna -prima della nascita di questo piccolo gioiello letterario-, ma della ceramica, Edmund de Waal (Nottingham, 1964), storico dell’arte e docente di ceramica presso l’Università di Westminster.
Il romanzo è stato gratificato sia da numerosi premi -come tre fra i più ambiti riconoscimenti letterari: il Costa Biography; l’Ondaatje Prize, nonché il New Writer of the Year al Galaxy Book Awards-; sia, ciò che più conta, dall’affetto e dall’interesse crescenti di nutrite schiere di lettori.
Dopo aver incontrato ed amato il “clan” Ephrussi, ho redatto il mio commento [1], integrando lo scritto con riproduzioni di alcune opere di insigni pittori citati nel testo, tratte qua e là, nonché con altre immagini, tra cui quella del Palazzo sulla Ringstraße, a Vienna. Non tornerò sulle vicende che hanno come protagonisti i numerosi membri del gruppo -tra i quali (per discendenza diretta) l’Autore-, legati tra loro da quelle 264 antiche statuine giapponesi, i magici netsuke; ma sono lieta di avere tra le mani un’ulteriore edizione del libro, uscita a novembre scorso, arricchita da numerose fotografie tratte dall’archivio di famiglia. Questa novità me l’aveva preannunciata lo stesso Edmund l’estate scorsa, in occasione di un simpatico colloquio tramite e mail.
Attraverso le peripezie di quei minuscoli oggetti, rinasce una famiglia il cui nome forse è oggi sconosciuto a tanti; e le vite degli Ephrussi ci mostrano, in filigrana, cento anni di storia europea, rilevante e drammatica.
La veste illustrata è una sorta di narrazione parallela, che dona al racconto spessore e carnalità, ed è pure occasione per ripensare ad altre letture incontrate nel frattempo. Ad esempio, il luogo di origine degli Ephrussi -anche se essi si affacciarono ben presto ad Odessa- è Berdichev, in Ucraina, la stessa cittadina ove si trova casa Jacobi, di cui ci parla Gabriele Rubini nel suo Generazioni 1881-1907.
Certo c’è una differenza: mentre Generazioni è un romanzo, un’opera di fantasia, pur fondata su uno studio storico accuratissimo e dove i diversi personaggi interagiscono con figure storiche, qui i protagonisti sono tutti realmente esistiti e anzi obiettivo dell’Autore è, come egli stesso racconta in un’intervista: “…dare un po’ di dignità alle vite delle persone che ho conosciuto (Elisabeth, Iggie) e a quelle morte da tempo (Charles, Viktor, Emmy). Questo deriva dall’affetto. E’ un modo atipico di scrivere del mondo, forse, ma dipende dalla mia vita di creatore di oggetti”.
La nuova edizione è comunque un ottimo pretesto per rileggere il libro con rinnovato piacere, mentre altre opere attendono con pazienza che mi occupi di loro.
Storie, vite, esperienze, racconti. Nostalgia. E l’esigenza di riannodare quei fili originari che si temevano perduti, proprio tramite le immagini più significative.
Ecco Elisabeth Ephrussi, nonna paterna di Edmund, ritratta a tre anni, nel 1902, sull’Orient Express: la piccola, tutta vestita di bianco, si affaccia dal finestrino e sembra salutare una signora bionda rimasta a terra, che dà le spalle all’obiettivo.
La sorella minore di Elisabeth, Gisela, la bella di casa, è soprannominata la petite bohémienne da Charles, il cugino “parigino” del padre (Viktor), critico d’arte, e, come sappiamo, primo proprietario dei netsuke. Dà gioia immaginare che ella potesse essere l’ispiratrice di Pierre-Auguste Renoir per il suo La Bohémienne, dov’è immortalata una contadinella bionda dallo sguardo birichino. Peccato che il quadro sia datato 1879 e Gisela veda la luce solo nel 1904! Nella realtà fu proprio Charles a  dare il soprannome di  Zingarella alla figlioletta di suo cugino; ma questi sono particolari senza importanza.
L’universo parigino di Charles: la sua cultura, la competenza artistica, espressa , tra l’altro, nel libro scritto da lui sui disegni di Albert Dürer (della quale è riportata la copertina, Paris, 1882, A. Quantin, Imprimeur-Editeur), in grado di suscitare l’invidia di tante personalità di rilievo, come Edmond Goncourt, per esempio. E l’antisemitismo che affiora, il solito, velenoso fiume carsico, il quale investe pure i pittori più celebrati, come accadrà, anni dopo, nel periodo del processo Dreyfus….
O la raffinatezza scenografica tipica di Charles, per noi incredibile, quasi assurda, espressa negli oggetti ed arredi personali, come quel lit de parade, bardato di stoffe ricamate. “Un alto baldacchino con putti annidati fra intricati motivi ornamentali a foglie, teste grottesche, emblemi araldici, fiori e frutti….una E [Ephrussi, ça va sans dire…] su fondo oro…”. C’è di che far schiattare d’invidia plotoni di antisemiti.
Il ritratto dell’amante, Louise Cahen d’Anvers, nata Morpurgo, eseguito da Carolus Duran (cioè Charles Émile Auguste Durand, il pittore del “bel mondo” della Terza Repubblica Francese), ora al Musée d’Orsay di Parigi. Un donna bellissima, sguardo intenso e sensuale, immortalata in un abito da sera scuro con un fiore rosa sulla scollatura; molto assomigliante alle figlie Irène, Alice ed Elisabeth [2].
Quadri dipinti da pittori insigni che erano parte integrante della loro vita quotidiana.
Più avanti, l’inferriata dell’Hotel Ephrussi, i Re del Grano (Rois du Blé), sito in Rue de Monceau n. 81, con la doppia “E” intrecciata dello stemma di casa, costituito da una pannocchia e da un tre alberi a vele spiegate, sotto il quale si dipana il motto: Quod Honestum; cioè Siamo irreprensibili. Di noi potete fidarvi.
La tristezza e il rimpianto per lo splendore perduto in modo irrimediabile, che investono Edmund de Waal e chi legge dapprima davanti al Palazzo parigino, ora sede di un istituto di previdenza privato; indi a quello viennese, contemporaneo del primo, dove ora è la società che riunisce i casinò austriaci.
Pure il percorso illustrato si fa via via più intimo e drammatico allorché si giunge sulla Ringstraße, soprannominata dagl’invidiosi, verdi di bile, Zionstraße.
L’Autore si sofferma sulla figura del trisavolo Ignace, del quale ci mostra un perspicuo ritratto. Nella nostra storia incontriamo ben tre Ignace: divertente e facile ritrovarli.
Questo trisavolo, neri i folti capelli e la barba, così come ce lo presenta una fotografia del 1871, era uomo d’affari spregiudicato e passionale, con numerose amanti, padre di tre figli, che vediamo poco dopo, ragazzini: il minore è Viktor, il futuro padre di Elisabeth, nonna amatissima da Edmund e figura chiave nel racconto. Ignace, in quell’anno, si fece costruire il palazzo scintillante sulla Ringstraße e volle che, proprio nella grande sala da ballo, ben visibili da tutti, la serie di dipinti alle pareti raffigurasse…episodi biblici tratti dal libro di Ester: Ester incoronata regina di Israele, in ginocchio al cospetto del gran sacerdote vestito con gli abiti rabbinici…E poi gli Ebrei che annientano i figli di Aman, il nemico di Israele.
Osserva de Waal: “Complimenti, Ignace: un bel modo, tacito e indelebile, di rivendicare ciò che sei”. Ebrei potenti e ben integrati nella società, che non sono alla mercé altrui; ma che, al contrario, hanno dato un contributo fondamentale alla costruzione della città in quel periodo storico (come, del resto, era successo a Parigi). Per questo suscitano invidia. E l’antisemitismo si fa strada, anzi (ri)comincia a correre, anno dopo anno.
La narrazione si concentra ora in primo luogo sulla vita di Viktor il quale, come già sappiamo, si dedicava agli affari di famiglia giocoforza, poiché era uomo di studio e bibliofilo.
Scorriamo le pagine e vediamo il suo volto di “giovane erudito”, a ventidue anni (1882); alcuni oggetti personali della moglie, Emmy Schey von Koromla, e immagini in posa di lei, intensamente espressiva, vestita come Isabella d’Este di Tiziano o Maria Antonietta.
Pensierosa, mai sorridente; donna affascinante, all’apparenza leggera, dedita alle toilettes eleganti, che ne evidenziano la figura snella, ai cappelli dalla tesa larga in grado di valorizzare il suo bel profilo aristocratico; ma forse, nell’intimo, tormentata, tanto che si suiciderà nella tenuta di Kövecses in Cecoslovacchia (ah, quella villa dall’aspetto sinistro) nell’agosto 1938, poco dopo l’Anschluß. Un matrimonio non felice, pur allietato dalla nascita, a Vienna, di quattro figli.
Come dono di nozze essi avevano ricevuto dal cugino Charles la collezione dei 264 netsuke.
Ricordi di scuola, foto di classe, libri, quaderni; gli anni difficili della Grande Guerra…il periodo successivo, sempre più drammatico.
Giovanissimi Ephrussi crescono: c’è Rudolf, nel 1926, sulla Ringstraße: ha otto anni, ma sembra più grande. Ed Elisabeth, la primogenita, espressione calda, da persona intelligente, sensibile: alcune istantanee dicono tutto di lei. Poeta ed avvocato. Non è propriamente una bellezza, ma comprendi subito perché susciti amore.
Eccolo, l’Amore: Hendrik de Waal: uomo di cultura, religione calvinista, amante della musica, ricco di fascino: a sua volta, scrive poesie; e fuma sigarette russe. I due si sposano nella Chiesa anglicana di Parigi. Avranno due figli, Viktor (padre di Edmund) e Constant; qui entrambi con nonna Emmy, 1936.
Il fratello minore, l’Ignace n. 3, cioè Iggie, si concede un tour automobilistico sulle Alpi con gli amici, sempre nel 1926.
Sono gli ultimi anni buoni, prima del buio. Dopo il buio, fittissimo, lentamente la luce, ma a quale prezzo…
Le vicende successive sono note e non ripeterò quanto già scritto nel precedente commento.
Solo alcuni flash su dolori e gioie.
Viktor, riuscito ad espatriare grazie allo spirito di iniziativa della figlia maggiore, a Tunbridge Wells, in Gran Bretagna, nel 1939 (vi morirà sei anni dopo): lo sguardo è lontano, quasi stupito per la tragedia che ha sconvolto il suo mondo. Te lo raffiguri in atto di accarezzare con la mano gli scaffali della “libreria di libri usati”, posta in centro città, dove ogni tanto si avventura, o mentre osserva i nipotini, i figli di Elisabeth ed Hendrik, applicati a finire i compiti di algebra.
Iggie, ufficiale dell’esercito statunitense in Normandia a bordo di una jeep; indi partecipante ad un incontro di resa tedesca (prima pagina del Times, 27 giugno 1944).
La…rinascita in Giappone e un affettuoso incontro tra lui ed Elisabeth a Tokyo, nel 1960.
Estate e serenità, finalmente.
Il ritratto, parlante e severo, del padre dell’Autore, Viktor, nato ad Amsterdam e “cresciuto in tutta Europa”, ministro della Chiesa anglicana, il quale recitò il Kaddish per la madre (morta nel 1991) “in piedi, con l’austero abito talare nero, nero rabbinico”.
                L’ultimo “scatto” è emblematico, perché ci dona l’immagine-simbolo del libro: la valigetta rigida, color bordeaux, con cui l’intrepida Elisabeth portò i netsuke da Vienna in Gran Bretagna.
Verso la vita, verso “un nuovo inizio”.


[1] Il commento è leggibile, su questo sito, a Settembre 2011.
[2] V. nella recensione cit., le note biografiche sulle tre figlie di Louise.